Quale sovranità alimentare?

Pubblicato su sovranitanazionale.org (vedi articolo originale)

La disciplina brevettuale ha le sue ragioni, non solo economiche, che “il cuore non conosce”, parafrasando i bigliettini dei Baci Perugina, altra storica azienda italiana comprata da Nestlè, noto gruppo svizzero al centro di tanti scandali alimentari. Se nel sistema brevettuale tradizionale il monopolio temporaneo ha la sua dichiarata ragione nello stimolo all’innovazione ed alla produzione per un migliore progresso della società, tuttavia in materia di brevettazione di varietà vegetali alcune norme stridono un tantino con la ratio del sistema brevettuale e appaiono, per alcuni versi, votate a conferire il diritto di vita o di morte ad alcuni colossi del comparto agro-alimentare d’accordo con i loro referenti governativi. 

Se la brevettazione di varietà vegetali ha origine con la Convenzione U.P.O.V. di Parigi del 1961, per poi procedere col Trattato di Budapest del 1977, seguito dal Reg. Ce 2100/94 e dalla Direttiva Ce 44/98 e dal c.p.i., tale brevettazione è possibile, come da Direttiva, sul materiale preesistente solo in quanto questo sia “stato isolato o prodotto tramite un procedimento tecnico”. Si tratta, perciò, di un’invenzione di procedimento che copre anche il prodotto e le varietà da questo derivate per almeno il 50%. Per evitare, quindi, di incorrere in violazioni di altrui brevetti o si compra la varietà dal “costitutore” fino alla scadenza del brevetto oppure ci si orienta per varietà non nuove (sempre che le stesse non siano proteggibili con altro sistema e sotto altri profili) e non manipolate, oppure si usa il prodotto non ottenuto tramite quel procedimento. Il brevetto vale 25 anni e si può ottenere solo se la varietà è nuova, distinta, omogenea, stabile. Esenti da tutela sono gli usi per scopi non commerciali o sperimentali, ma laddove la sperimentazione sfocia in nuova variante occorre il consenso del costitutore. Viene meno un principio antico e radicato: il “privilegio dell’agricoltore” a utilizzare legittimamente il prodotto del raccolto per la riproduzione nella propria azienda. (art. 107 c.p.i.) In materia brevettuale le scoperte non sono brevettabili perchè presenti in natura, tuttavia, in questa particolare disciplina ove isolate tramite un procedimento tecnico lo diventano. Il nodo gordiano è nell’isolamento di ciò che preesiste in natura. La Direttiva Ce 44/98 parifica la scoperta, in tal modo, all’invenzione e questo è anomalo per la ratio brevettuale. Per quanto riguarda la disputa sulla brevettabilità dei semi oggetto della proposta di Direttiva Ce di maggio scorso all’esame della Commissione Europea, il problema è il seguente: se i semi vengono creati in laboratorio ottengono tutela brevettuale, come è normale. Il coltivatore non avrà, dunque, la proprietà della riproduzione del seme. Quindi, laddove si incentiva l’agricoltura fondata sul geneticamente modificato l’agricoltore diventa ostaggio delle multinazionali. Ma questo accade anche laddove si usano diserbanti potenti prodotti dalle stesse multinazionali che producono i semi o le varietà vegetali, perchè i semi e le varietà tradizionali possono non crescere su terreni intossicati dai diserbanti e l’agricoltore si orienterà su varietà più resistenti, probabilmente quelle modificate. Ciò può produrre l’omologazione e comportare anche la scomparsa di sapori, di tradizioni culturali che veicolano anche l’identità di un popolo. Pertanto, il discorso legato alla sovranità alimentare passa attraverso i temi della salute, ma anche della sovranità culturale, e può comportare una precarietà alimentare dove le multinazionali potrebbero divenire proprietarie della vita e della morte dei popoli, oltre ad incidere in modo preponderante sulla sovranità economica di una Nazione. Ciò è tanto più vero se pensiamo che alcuni semi vengono creati “sterili”, cioè non adatti ad una riproduzione ulteriore. Se da un lato la ratio che ha provato ad ispirare gli ogm poteva essere la lotta alla fame nel mondo, in realtà potrebbe invece provocarla. Caso di scuola negli USA è la controversia Bowman/Monsanto con vittoria della Monsanto contro l’agricoltore che aveva creato un ibrido su derivazione del brevetto di procedimento Monsanto per usi commerciali. Pertanto, fermo restando che un conto è garantire l’innovazione, altro conto è detenere monopoli perenni e atti ad alterare la pubblica economia, occorre discutere su come impedire le degenerazioni speculative, magari riscoprendo meglio il biologico, costituendo delle banche dati dei semi esistenti in natura, valutando l’opportunità o meno di adottare la chimica in agricoltura per distruggere le erbacce e in che misura, oltre all’opportunità o meno di produrre ogm, che peraltro laddove incentivate come la soia per gli interessi delle multinazionali, mettono in crisi le produzioni autoctone che scompaiono. O anche privilegiando prodotti freschi di stagione, a chilometro zeromagari un pò ammaccati o con dentro il bruco, che sicuramente è buongustaio e preferisce i prodotti non tossici! Buon appetito!

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