L’abbiamo chiamata col suo nome, per recuperare la nostra dignità.

Omowunmi Bamidele Adenusi, alla tua memoria ed al nostro riscatto.

Alla fine la abbiamo chiamata con il suo vero nome anche se troppo tardi per restituire dignità ad una giovane donna arsa nel rogo di un ghetto infame, con la sua storia consegnata alle cronache con un nome “europizzato” da lei stessa deciso per nutrire la nostra supponenza e il nostro bisogno di sicurezza e tranquillità.
Lo abbiamo fatto nel cimitero di Bernalda dove ci siamo ritrovati per ricordarla, biascicando e stentando le parole, inciampando nei suoni di una delle dieci lingue della grande Nigeria o delle sue centinaia di dialetti ma la abbiamo chiamata col suo vero nome: Omowunmi Bamidele Adenusi.
Eppure se per un attimo, noi italiani abituati alla rassicurante fonetica latina, dopo aver superato lo scoglio del pronunciare un “owu” che devi spingere a forza dalla gola per farlo uscire, riuscissimo a tenere insieme una “enne” e una “emme” che cambiano il ritmo, scopriremmo quanta musica, dolcezza, profondità, tempo ci invade nel “pronunciare” quel nome: Omowunmi Bamidele Adenusi.
Ieri nel cimitero, ascoltavo le parole commosse della figlia, dei suoi compagni di vita nel ghetto, delle persone che erano li mentre la pioggia si ritraeva lasciandoci il tempo di stare con lei e avrò pronunciato quel nome decine di volte nella mia testa fino a che non ho trovato “il tempo” ed è diventato musica, lessico famigliare, ritmo, bellezza come solo dall’Africa madre di tutte le culture può venirci.
Eppure, Omowunmi ha cambiato il suo bel nome e si faceva chiamare con un nome “afono e neutrale”: Elis Petty. Perché?
Forse perché, dopo che per due volte a Padova le era stata negata la richiesta di regolarizzazione, lei giovane madre venuta in “Europa” in cerca di risposte per se stessa e la sua famiglia, costretta alla clandestinità, aveva sentito il bisogno di “confondersi”.  Un ghetto è un luogo, in fondo, dove ti confondi più facilmente, anzi in cui ti confondi per sopravvivere e dove un nome da “battaglia” è più funzionale all’obiettivo.
Un nome “facile” e senza dignità da dare in pasto prima di tutto a chi ti sfrutta o specula su di te: il caporale che ti porta al lavoro di giorno nei campi, il magnaccia che gestisce la tratta di sera, il politico di turno che specula sulla tua condizione pur di avere voti.
A pensarci bene, però, c’è anche un altro motivo per cambiare il nome ed “europizzarlo” o camuffarlo da italiano come fanno in molti migranti e non solo africani: è un segnale che parla direttamente a noi, alla nostra pigrizia, al nostro bisogno di “sentirci sicuri”: un nome “facile” da pronunciare e ricordare ci rassicura, è un segnale di pace, è il tentativo di dire: “non ti voglio fare del male, sono qui per vivere in pace con te”. Insomma un estremo tentativo che, in fondo, ci dice: “vedi? Sono come mi vuoi e come ti servo”.
Una strategia di sopravvivenza che si fonda sulla nostra mancanza di curiosità, sulla nostra indolenza, sulla nostra incapacità di metterci in gioco, sulla nostra ignoranza che prova a scardinare la nostra arroganza violenta.
Ad Omowunmi Bamidele Adenusi, non ha portato fortuna, il cambiare il nome: è morta in un ghetto infame mentre i suoi compagni venivano cacciati disperdendosi nelle campagne rendendosi ancora più invisibili. A loro non è bastato (come molti hanno fatto) cambiare il nome, hanno passato mesi a cercare di non farsi vedere in giro sparsi sotto i ponti, le tettoie, i campi e i casolari abbandonati purché “i politici” potessero dire “missione compiuta”.
Noi, invece, ieri nel Cimitero di Bernalda, anche con loro, abbiamo pronunciato il suo nome vero ed è stato un gesto, questo, che non ha restituito dignità a lei o a loro ma a noi che eravamo li a testimoniare ancora una volta che non tutto è perso se abbiamo la capacità di rimettere al centro dei processi economici gli uomini e le donne, le loro vite, la loro dignità e se sappiamo metterci in gioco come chiedeva il Vescovo di Matera.
Propongo che da qualche parte, dovunque in questo Paese, venga intitolata una piazza ad Omowunmi Bamidele Adenusi, al suo bel nome ed alla nostra umanità.

 

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